Ci sono libri che dovrebbero integrare i testi scolastici di storia, solo così si riuscirebbero a comprendere le cause, talvolta inconsce, che stanno alla base di certi comportamenti criminosi. E “Dittatori” è uno di questi libri.

La grande speranza passa attraverso la cultura

“Volta la Carta” è un grande, fantastico esempio del desiderio aquilano di riscatto. Nell’unico modo possibile, puntando sulla cultura. Una squadra giovane e formidabile, un’organizzazione perfetta. Mettete insieme una formazione di professoresse amanti del bello, una serie di buoni ospiti e il successo è assicurato. Un giorno abbiamo fatto esercizio61354292_2507951659217845_4237083141283512320_n (1).jpg di memoria, ognuno raccontando il legame che ha avuto, e che ha, con l’Aquila, il giorno successivo (oggi, appena stamattina) abbiamo presentato le nostre opere letterarie. Non andando nelle scuole, ma la scuola venendo da noi nello splendido Palazzetto dei Nobili. A me è capitata la quinta di un liceo artistico che ha seguito il racconto di “Dittatori” con molta attenzione e interesse. Ne sono orgoglioso perché i giovani che per fortuna non hanno vissuto anni nefasti, si sono potuti interrogare su una fase storica, quella attuale, che nasconde tanti rischi. “E’ già accaduto e potrebbe accadere di nuovo”, diceva Primo Levi. Non volevo certo dare lezioni né imporre le mie idee, ma spero almeno di aver fatto riflettere.61156134_2508072325872445_355810874805452800_n

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All’Aquila dieci anni dopo

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I miei amici aquilani lo sanno tutti: ero appena sceso dall’aereo proveniente dal paradiso brasiliano quando mi sono ritrovato nell’inferno del terremoto. Primi collegamenti dall’ospedale e un mese abbondante tra le tende. Da allora sono passati esattamente dieci anni che sembrano un’eternità ma che rispetto alle grandi tragedie invece non sono niente. Fra tre giorni torno all’Aquila. Non è certo la prima volta, sono già venuto per “Volta la carta”, definita dagli organizzatori la “tre giorni per la ricostruzione dello spirito” ma presumo che al convegno di venerdì al Palazzetto dei Nobili si parlerà di cose più pragmatiche. Sono tornato più volte nella caserma degli Alpini per quella strana connessione che mi unisce al centro abruzzese anche per l’esperienza in Afghanistan.
C’è in realtà qualcosa di molto forte che mi unisce all’Aquila. Non so, forse il terremoto è solo un pretesto perché ne ho seguiti molti altri: da quello umbro-marchigiano lungo sei mesi a quelli all’estero, in Pakistan, in Iran, a San Francisco. Per non dire di Ancona dove vivevo e sono stato sfollato. Dunque i motivi sono altri ma non so spiegarmi il legame, probabilmente la condivisione del grande dolore, forse lo scoprirò in questo fine settimana – nonostante il torcicollo – felice anche di presentare “Dittatori”, il mio dodicesimo libro, la mattina di sabato davanti agli studenti che sono da sempre i miei interlocutori preferiti. Forse insieme riusciremo a parlare di un altro “terremoto” devastante che non riguarda le case, la città,  ma la storia, tutti noi, in quest’Italia bellissima, ma fragilissima. Sempre a rischio.  dsc_0004-6 

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